SI NASCE CON UNA BUONA SCRITTURA?
Il ruolo dell’esperienza nello sviluppo grafomotorio
È una frase che, in oltre vent’anni di lavoro, ho sentito ripetere moltissime volte.
“Ha una bella scrittura, è portato.”
Oppure:
“Scrive male… non è portato.”
E ogni volta mi fermo a riflettere, perché dietro queste parole c’è un’idea molto diffusa, ma anche molto limitante: quella che la scrittura sia una sorta di talento naturale.
In realtà, l’esperienza mi ha insegnato qualcosa di diverso.
La scrittura non è un dono. È una competenza che si costruisce.
E, soprattutto, è il risultato di un processo molto più complesso di quanto siamo abituati a pensare.
Quando un bambino scrive, non sta semplicemente tracciando delle lettere. Sta coordinando il movimento fine della mano, organizzando lo spazio sul foglio, mantenendo l’attenzione, regolando il ritmo. È un’attività che coinvolge contemporaneamente più sistemi e che richiede un’integrazione continua tra corpo e mente.
Non a caso, diversi studi in ambito neuroscientifico – tra cui quelli condotti da Karin James – hanno evidenziato come la scrittura a mano attivi reti cerebrali ampie e articolate, legate non solo al movimento, ma anche ai processi di apprendimento e di costruzione del pensiero.
Questo significa che scrivere non è mai un gesto “semplice”.
E proprio per questo non può essere spiegato con un “è portato” oppure “non è portato”.
Nel mio lavoro mi capita spesso di osservare bambini che vengono descritti come svogliati o poco attenti, ma che in realtà stanno semplicemente affrontando un gesto che per loro è ancora troppo costoso, troppo poco organizzato. Bambini che si stancano dopo poche righe, che rallentano, che evitano. Non perché non vogliono, ma perché il loro sistema non ha ancora trovato un modo efficace per gestire quel compito.
Ed è qui che entra in gioco un aspetto fondamentale: l’esperienza.
La qualità della scrittura non dipende da una predisposizione innata, ma dal percorso che ha portato il bambino fino a quel momento. Dalle esperienze motorie che ha vissuto, da come ha sviluppato la coordinazione, da come è stato accompagnato nell’organizzazione del gesto.
Alcuni bambini, spesso senza che ce ne rendiamo conto, hanno costruito basi più solide. Altri no.
E questa differenza si riflette nella scrittura.
Un altro elemento importante, che oggi la ricerca conferma sempre più chiaramente, è la cosiddetta plasticità cerebrale: il cervello cambia e si organizza in base all’esperienza. Ogni gesto ripetuto crea e rafforza connessioni. Ma questo vale in entrambe le direzioni.
Se il gesto è funzionale, diventa sempre più fluido.
Se è faticoso o disorganizzato, tende a stabilizzarsi proprio in quella modalità.
Per questo aspettare che “crescendo migliori” non sempre porta al risultato sperato. Il tempo, da solo, non riorganizza un gesto: lo consolida.
La buona notizia, però, è che proprio perché la scrittura non è innata, può essere educata.
Nel mio lavoro ho visto molti bambini e ragazzi trasformare il loro rapporto con la scrittura quando il gesto viene finalmente compreso e riorganizzato. Migliora la fluidità, diminuisce la fatica, aumenta la leggibilità. Ma soprattutto cambia l’atteggiamento: da evitamento a maggiore disponibilità, da frustrazione a una nuova forma di fiducia.
E questo è forse l’aspetto più importante.
Perché la scrittura non è solo un’abilità scolastica. È uno strumento che accompagna il pensiero, l’autonomia, la possibilità di esprimersi. E quando diventa faticosa, quel disagio non resta confinato sul foglio.
Forse allora la domanda da porsi non è se un bambino sia portato a scrivere bene.
La vera domanda è un’altra: ha avuto le condizioni giuste per imparare a farlo?
Fermarsi a osservare, comprendere e intervenire nel modo corretto può fare una differenza profonda. Non solo nella qualità della scrittura, ma nel modo in cui quel bambino vivrà il suo percorso di apprendimento.