PUO’ LA SCRITTURA COMUNICARE UN PERIODO DI ISOLAMENTO, CAOS E INSTABILITA’ VISSUTO IN QUESTI INQUIETI ANNI?
Sono ormai anni che viviamo nel caos e nella paura del domani, scordandoci di vivere al meglio ciò che ci circonda.
Nella foga di sopravvivere, sentendoci spesso impotenti difronte agli avvenimenti che coinvolgono la qualità della nostra vita, dimentichiamo di porre attenzione a quanti danni stiamo facendo alle nuove generazioni, al pianeta e non ultimo a noi stessi.
Ma nel nostro piccolo possiamo soffermarci ad osservare ciò che accade intorno a noi per cercare di capire quali azioni intraprendere per educare con consapevolezza ed attenzione, migliorando l’esistenza dei nostri figli e conseguentemente quella della nostra società.
La scuola, in questi anni, ha cercato di rimanere efficiente nella confusione della pandemia e delle infinite norme emanate alla rinfusa con tagli economici alla formazione insensati e per nulla lungimiranti, portando purtroppo destabilizzazione ulteriore al già incerto e inadeguato programma di riforma scolastica.
Chi ha sofferto di più sono stati gli studenti che, a singhiozzo, hanno seguito programmi scolastici con fatica e nella 'follia' totale delle restrizioni, anche a causa delle instabili e confuse direttive.
Molti bambini, in ingresso scolastico, hanno saltato delle tappe di apprendimento fondamentali, nel silenzio o nell’impotenza più totale di noi adulti, ignari del fatto che dove mancano continuità didattica, stimoli costanti e applicazione regolare, non ci potrà mai essere un corretto e sereno apprendimento.
Spesso, soprattutto a causa di questi anni incerti, mi sono ritrovata ad aiutare bimbi e adolescenti che presentavano criticità grafomotorie molto marcate, foriere di conseguenti manifestazioni psicosomantiche e di instabilità psicoemotiva.
I primi a causa della difficile situazione scolastica vissuta nel recente periodo pandemico, subentrata proprio nella loro prima tappa della vita scolastica, la più delicata, dove spesso al bambino vengono richieste le prime dosi di autonomia e fiducia in se stesso e si posano le basi di una autostima solida e costruttiva.
I secondi, invece, a causa di una pregressa mancata rilevazione delle criticità grafomotorie, acuita dalla tensione e dall'ansia generata da questi difficili e destabilizzanti anni trascorsi, hanno iniziato a manifestare una destabilizzazione e una destrutturazione grafomotoria ancora più marcate, fino ad arrivare a vivere dolore muscolare e illeggibilità non più accettabili dai docenti stessi.
E’ risaputo oramai che la grafia è spesso la manifestazione non solo di vere e proprie difficoltà funzionali ma anche lo specchio degli aspetti emotivi che si vive in un preciso momento storico sociale, familiare e socio-economico.
Ma come spesso accade ci sono sempre delle soluzioni ai problemi che si incontra, l'importante è crederci! Anche se crederci non basta. E’ necessario passare all’azione e soprattutto, volerle trovare!
A volte, per paura dei fallimenti cerchiamo nei posti sbagliati e ci affidiamo ad argomentazioni e giustificazioni spesso non costruttive ed efficaci, anzi al contrario a volte tendono a creare maggiore disagio e sensi di colpa insensati.
Se solo imparassimo ad osservare meglio ciò che giornalmente abbiamo sott’occhio, la grafia di nostro figlio o del nostro alunno, ci accorgeremmo che il problema non è poi così nascosto, anzi al contrario è sempre stato visibilmente presente e molto chiaro.
Ma, soprattutto, comprenderemmo che non è questione di buona o cattiva volontà e nemmeno di svogliatezza e menefreghismo.
E’ solo causa di uno sviluppo carente e non adeguato delle fondamentali abilità di base che nel tempo hanno generato tutta una serie di limitazioni finomotorie e di conseguenti blocchi emotivi e sensazioni di costante inadeguatezza.
Spesso, nel tempo, queste dinamiche silenti radicandosi sempre più profondamente hanno causato sfiducia in se stessi e nelle proprie capacità dando vita a ciò che oggi viene considerato non conforme o non adeguato agli standard sociali e primariamente scolastici.
Molte volte, durante i laboratori e conferenze con genitori o durante i corsi di formazione con gli Insegnanti di Scuole Primarie e Secondarie, ho potuto costatare la meraviglia sui loro volti nel sapere che ci sono dei ‘Campanelli di Allarme’ specifici che esprimono criticità finomotorie importanti ma tranquillamente superabili con le correte impostazioni e le adeguate indicazioni.
Indicazioni che fin dall’inizio avrebbero potuto rendere la vita scolastica probabilmente più leggera, efficace e più serena, non solo a loro stessi ma all’intera famiglia e anche alle insegnanti di riferimento, evitando l’inutile peregrinare da un professionista all’altro, a volte senza ricevere concreti ed efficaci aiuti.
Ad ogni tappa della vita ci si ritrova ad affrontare delle prove che necessitano delle corrette ed adeguate basi e competenze per essere superate ed affrontate con serenità e fiducia.
Nessuna di queste tappe è meno importante delle altre, anche se a volte agli occhi di noi adulti alcune risultano scontate e poco significative, soprattutto quelle relativamente ai primi anni scolastici. Per un bambino, però, ogni esperienza, ogni prova, anche quella che all’adulto appare semplice e prive di insidie, è motivo di impegno, fatica, investimento emotivo e conseguente crescita o in un verso o nel suo opposto.
SI NASCE CON UNA BUONA SCRITTURA?
Il ruolo dell’esperienza nello sviluppo grafomotorio
È una frase che, in oltre vent’anni di lavoro, ho sentito ripetere moltissime volte.
“Ha una bella scrittura, è portato.”
Oppure:
“Scrive male… non è portato.”
E ogni volta mi fermo a riflettere, perché dietro queste parole c’è un’idea molto diffusa, ma anche molto limitante: quella che la scrittura sia una sorta di talento naturale.
In realtà, l’esperienza mi ha insegnato qualcosa di diverso.
La scrittura non è un dono. È una competenza che si costruisce.
E, soprattutto, è il risultato di un processo molto più complesso di quanto siamo abituati a pensare.
Quando un bambino scrive, non sta semplicemente tracciando delle lettere. Sta coordinando il movimento fine della mano, organizzando lo spazio sul foglio, mantenendo l’attenzione, regolando il ritmo. È un’attività che coinvolge contemporaneamente più sistemi e che richiede un’integrazione continua tra corpo e mente.
Non a caso, diversi studi in ambito neuroscientifico – tra cui quelli condotti da Karin James – hanno evidenziato come la scrittura a mano attivi reti cerebrali ampie e articolate, legate non solo al movimento, ma anche ai processi di apprendimento e di costruzione del pensiero.
Questo significa che scrivere non è mai un gesto “semplice”.
E proprio per questo non può essere spiegato con un “è portato” oppure “non è portato”.
Nel mio lavoro mi capita spesso di osservare bambini che vengono descritti come svogliati o poco attenti, ma che in realtà stanno semplicemente affrontando un gesto che per loro è ancora troppo costoso, troppo poco organizzato. Bambini che si stancano dopo poche righe, che rallentano, che evitano. Non perché non vogliono, ma perché il loro sistema non ha ancora trovato un modo efficace per gestire quel compito.
Ed è qui che entra in gioco un aspetto fondamentale: l’esperienza.
La qualità della scrittura non dipende da una predisposizione innata, ma dal percorso che ha portato il bambino fino a quel momento. Dalle esperienze motorie che ha vissuto, da come ha sviluppato la coordinazione, da come è stato accompagnato nell’organizzazione del gesto.
Alcuni bambini, spesso senza che ce ne rendiamo conto, hanno costruito basi più solide. Altri no.
E questa differenza si riflette nella scrittura.
Un altro elemento importante, che oggi la ricerca conferma sempre più chiaramente, è la cosiddetta plasticità cerebrale: il cervello cambia e si organizza in base all’esperienza. Ogni gesto ripetuto crea e rafforza connessioni. Ma questo vale in entrambe le direzioni.
Se il gesto è funzionale, diventa sempre più fluido.
Se è faticoso o disorganizzato, tende a stabilizzarsi proprio in quella modalità.
Per questo aspettare che “crescendo migliori” non sempre porta al risultato sperato. Il tempo, da solo, non riorganizza un gesto: lo consolida.
La buona notizia, però, è che proprio perché la scrittura non è innata, può essere educata.
Nel mio lavoro ho visto molti bambini e ragazzi trasformare il loro rapporto con la scrittura quando il gesto viene finalmente compreso e riorganizzato. Migliora la fluidità, diminuisce la fatica, aumenta la leggibilità. Ma soprattutto cambia l’atteggiamento: da evitamento a maggiore disponibilità, da frustrazione a una nuova forma di fiducia.
E questo è forse l’aspetto più importante.
Perché la scrittura non è solo un’abilità scolastica. È uno strumento che accompagna il pensiero, l’autonomia, la possibilità di esprimersi. E quando diventa faticosa, quel disagio non resta confinato sul foglio.
Forse allora la domanda da porsi non è se un bambino sia portato a scrivere bene.
La vera domanda è un’altra: ha avuto le condizioni giuste per imparare a farlo?
Fermarsi a osservare, comprendere e intervenire nel modo corretto può fare una differenza profonda. Non solo nella qualità della scrittura, ma nel modo in cui quel bambino vivrà il suo percorso di apprendimento.