GENITORI PRESENTI O GENITORI CONNESSI? 

l parental phubbing e ciò che la relazione lascia nel gesto del bambino

Viviamo in un tempo in cui la presenza non coincide più necessariamente con l’esserci.

Un genitore può essere accanto al proprio figlio, condividere lo stesso spazio, lo stesso momento, e tuttavia risultare distante. Non per mancanza di intenzione, ma per una forma di distrazione che oggi è diventata quasi invisibile, perché diffusa e normalizzata: lo sguardo che scivola verso lo schermo, l’attenzione che si interrompe, la relazione che si frammenta.

È all’interno di questo scenario che si colloca un fenomeno sempre più studiato in ambito scientifico, definito parental phubbing. Il termine, nato dall’unione di phone e snubbing “snobbare”, descrive la tendenza a trascurare l’interlocutore a favore del proprio dispositivo mobile. Quando questo avviene nella relazione tra genitore e figlio, assume una rilevanza particolare, perché interviene proprio nel luogo in cui si costruiscono le basi dello sviluppo.

Non si tratta di un uso occasionale dello smartphone, né di un comportamento intenzionalmente trascurante. Il parental phubbing riguarda piuttosto una modalità relazionale caratterizzata da presenza intermittente, in cui l’adulto alterna momenti di disponibilità a momenti di assenza attentiva, spesso in modo automatico e non consapevole.

Negli ultimi anni, le ricerche condotte da Brandon T. McDaniel e Jenny S. Radesky hanno evidenziato come l’interferenza della tecnologia nelle interazioni familiari non sia neutra. In particolare, è emerso che la frequente distrazione genitoriale associata all’uso dello smartphone è correlata a una riduzione della responsività e a un aumento di comportamenti problematici nei bambini, sia sul versante esternalizzante, come irritabilità e opposizione, sia su quello internalizzante, come ritiro e tristezza.

Ciò che appare rilevante non è tanto il dispositivo in sé, quanto la qualità della relazione che viene a configurarsi. Il bambino, nei primi anni di vita e lungo tutto il percorso evolutivo, costruisce le proprie competenze emotive e attentive all’interno di scambi ripetuti, coerenti, prevedibili. L’interazione con l’adulto non è semplicemente un contesto, ma una vera e propria matrice di sviluppo.

Già gli studi classici di Edward Tronick hanno mostrato con grande chiarezza quanto la mancata responsività dell’adulto incida sul bambino. Nel noto Still Face Experiment, quando il caregiver sospende improvvisamente l’espressione e la risposta, il bambino reagisce con un progressivo aumento di attivazione, tentativi di richiamo e, infine, segnali di disagio e ritiro. Non è la durata dell’assenza a determinare l’effetto, ma la rottura della continuità relazionale.

Questo dato è stato ampiamente ripreso e approfondito nelle teorie della regolazione emotiva. Autori come Allan N. Schore e Daniel J. Siegel hanno evidenziato come lo sviluppo della capacità di autoregolazione nasca da processi di co-regolazione, in cui il bambino impara progressivamente a modulare i propri stati interni attraverso la relazione con l’altro.

Quando questa relazione è caratterizzata da discontinuità, asincronia o imprevedibilità, il sistema di regolazione può incontrare delle difficoltà. Il bambino può intensificare i propri segnali per ottenere attenzione, oppure ridurli, adattandosi a una minore disponibilità dell’adulto. In entrambi i casi, si costruisce un equilibrio meno stabile.

È all’interno di questo quadro che può essere utile aprire una riflessione su un ambito apparentemente distante, ma in realtà profondamente connesso: quello della scrittura.

La scrittura, infatti, non è soltanto un apprendimento scolastico. È un’attività complessa che richiede l’integrazione di molteplici funzioni: motorie, percettive, cognitive ed emotive. Quando un bambino scrive, non sta semplicemente tracciando lettere, ma sta organizzando un gesto nel tempo e nello spazio, regolando il tono muscolare, modulando la pressione, coordinando il movimento fine della mano con l’intenzione e con il pensiero.

Gli studi neuroscientifici di Karin H. James e Audrey van der Meer hanno mostrato come la scrittura manuale attivi reti cerebrali estese e coinvolga processi di integrazione complessi. Scrivere non è un atto isolato, ma il risultato di una coordinazione dinamica tra diversi sistemi.

È importante, a questo punto, chiarire un aspetto fondamentale:

ad oggi, la letteratura scientifica non evidenzia un legame diretto tra parental phubbing e difficoltà grafomotorie. Tuttavia, numerosi studi dimostrano come la qualità della relazione influenzi i processi di regolazione e integrazione del bambino, elementi che costituiscono la base funzionale anche del gesto grafico.

Questo passaggio è cruciale, perché consente di mantenere uno sguardo rigoroso senza rinunciare a una lettura più ampia e integrata.

Il gesto grafico, infatti, è caratterizzato da alcune qualità fondamentali: continuità, ritmo, fluidità, capacità di adattamento. Si tratta di caratteristiche che non appartengono esclusivamente alla dimensione motoria, ma che riflettono un’organizzazione più generale del sistema bambino.

Un gesto continuo richiede la capacità di mantenere un’azione nel tempo senza interruzioni eccessive. Un ritmo equilibrato implica una regolazione dell’attivazione. La fluidità presuppone una buona integrazione tra controllo e automatizzazione. Tutti questi aspetti trovano le loro radici in processi di sviluppo che si costruiscono, fin dalle prime fasi, all’interno della relazione.

Quando la relazione è stabile, coerente e sintonizzata, il bambino sviluppa progressivamente una maggiore capacità di organizzazione interna. Quando invece l’interazione è frammentata o imprevedibile, questa organizzazione può risultare più faticosa.

In questo senso, la scrittura può diventare uno strumento di osservazione sensibile, capace di restituire tracce di come il bambino sta integrando le proprie competenze.

Non si tratta di stabilire nessi causali diretti, ma di riconoscere che il gesto grafico può riflettere, in parte, l’equilibrio o il disequilibrio del sistema.

Nella pratica osservativa, è possibile cogliere segnali che vanno oltre la semplice correttezza formale. Un tratto eccessivamente marcato può indicare una difficoltà nella modulazione della pressione. Un gesto rigido può riflettere un eccesso di controllo. Interruzioni frequenti possono suggerire una fatica nella continuità. Irregolarità nel ritmo possono essere espressione di una regolazione non ancora stabilizzata.

Questi elementi non devono essere interpretati in modo isolato o deterministico, ma inseriti all’interno di una lettura più ampia, che tenga conto del contesto, della storia del bambino e delle condizioni in cui il gesto si sviluppa.

All’interno di questa prospettiva, il parental phubbing non rappresenta una causa diretta di difficoltà grafomotorie, ma può essere considerato uno dei fattori ambientali che incidono sulla qualità della relazione e, di conseguenza, sui processi di regolazione e integrazione.

È qui che si colloca la responsabilità, ma anche la possibilità.

Non si tratta di eliminare lo smartphone dalla vita quotidiana, né di costruire modelli ideali irrealistici.

Si tratta piuttosto di recuperare una consapevolezza: quella del valore della presenza.

Una presenza che non è definita dalla quantità di tempo trascorso insieme, ma dalla qualità dell’attenzione. Uno sguardo che incontra davvero l’altro, una risposta che arriva nel momento giusto, una continuità che permette al bambino di sentirsi visto, riconosciuto, sostenuto.

Anche brevi momenti di interazione piena possono avere un impatto significativo. Sono questi momenti che costruiscono la base su cui si sviluppano la regolazione emotiva, l’organizzazione del movimento, la capacità di mantenere un gesto nel tempo.

In un’epoca in cui la frammentazione rischia di diventare la norma, la continuità relazionale rappresenta una risorsa preziosa. E la scrittura, con la sua richiesta di integrazione e fluidità, ci ricorda quanto questa continuità sia fondamentale.

Osservare la scrittura, allora, significa andare oltre la superficie del segno. Significa interrogarsi su ciò che quel gesto racconta, su quali processi lo sostengono, su quale equilibrio esprime.

Forse, la domanda non è soltanto come un bambino scrive, ma da quale esperienza relazionale nasce quel gesto.

Perché ogni traccia lasciata sul foglio non è mai solo un movimento della mano.

È il risultato di un sistema in relazione.

E, in quanto tale, merita di essere osservata con uno sguardo capace di coglierne la complessità.

 

Puoi approfondire qui come funziona una analisi del gesto grafico?:

https://www.oloscrittura.it/servizi/valutazione-evoluzione-grafomotoria

 

 

📚BIBLIOGRAFIA: Riferimenti scientifici e teorici

  • Brandon T. McDaniel, B. T., & Jenny S. Radesky, J. S. (2018).

    Technoference: Parent distraction with technology and associations with child behavior problems. Child Development.

    Jenny S. Radesky, J. S., et al. (2014).

    Patterns of mobile device use by caregivers and children during meals. Pediatrics.

    Edward Tronick, E. Z. (2007).

    The Neurobehavioral and Social-Emotional Development of Infants and Children.

    Allan N. Schore, A. N. (2001).

    Effects of early relational trauma on right brain development.

    Daniel J. Siegel, D. J. (2012).

    The Developing Mind.

    Karin H. James, K. H., & Engelhardt, L. (2012).

    The effects of handwriting experience on functional brain development in pre-literate children.

    Audrey van der Meer, A., & Van der Weel, F. (2017).

    Only three fingers write, but the whole brain works.

    Ajuriaguerra, J. de (1971).

    L’écriture de l’enfant.