QUANDO UNA DIFFICOLTA' DI SCRITTURA DIVNETA UNA RINUNCIA AD APPRENDERE.

 

Ci sono esperienze professionali che, anche dopo molti anni di lavoro, non lasciano indifferenti.

Situazioni che continuano a tornare alla mente e a suscitare riflessioni, non tanto per le difficoltà che un bambino incontra, quanto per il modo in cui noi adulti scegliamo di interpretarle e affrontarle.

A volte ciò che mi colpisce non è la fatica iniziale, bensì il rischio che quella fatica venga considerata un limite definitivo, prima ancora di aver compreso quali possibilità di apprendimento siano ancora aperte.

Nel mio lavoro di Educatrice del Gesto Grafico incontro bambini che faticano a sviluppare una scrittura fluida e leggibile. Alcuni arrivano scoraggiati, altri hanno imparato a evitare il corsivo o la scrittura in genere, altri ancora sono convinti di non esserne capaci.

Eppure, osservando attentamente il movimento, individuando gli ostacoli e proponendo attività graduate, possono emergere abilità che inizialmente non sembravano raggiungibili. È proprio questo che mi porta a distinguere con attenzione ciò che un bambino non riesce ancora a fare da ciò che potrebbe imparare, se sostenuto nel modo giusto.

Imparare a scrivere è un processo complesso. Richiede coordinazione, organizzazione del movimento, controllo della pressione, ritmo e progressiva automatizzazione. Richiede anche tempo, esercizio e la possibilità di sbagliare senza sentirsi inadeguati. Non tutti i bambini raggiungono gli stessi traguardi nello stesso momento, e una scrittura lenta o incerta non basta, da sola, a stabilire che il corsivo sia fuori dalla loro portata. Per questo guardare soltanto il quaderno non è sufficiente: occorre osservare anche come il bambino organizza ed esegue il gesto grafico, per comprendere quali fattori contribuiscano alle caratteristiche della sua scrittura.

Proprio perché ogni percorso di apprendimento è diverso, quando la difficoltà diventa fonte di stanchezza o frustrazione può essere opportuno alleggerire temporaneamente alcune richieste. La scuola dispone di strumenti di personalizzazione, tra cui il Piano Didattico Personalizzato (PDP), che, in determinate situazioni, può essere predisposto anche in assenza di una certificazione sanitaria. La decisione spetta al team docente o al Consiglio di classe, sulla base dei bisogni educativi rilevati e dell'utilità delle strategie individuate, con adeguata motivazione. La presenza di una difficoltà, tuttavia, non rende automaticamente necessario un PDP.

È qui, però, che nasce una domanda per me fondamentale: dispensare un bambino dall'utilizzo del corsivo, o prevedere una riduzione delle richieste di scrittura manuale, significa anche smettere di aiutarlo a sviluppare quelle specifiche abilità?

Le due cose non coincidono necessariamente. Una misura che riduce la fatica nella quotidianità scolastica può convivere con un percorso mirato a potenziare, quando possibile, proprio ciò che oggi risulta difficile. E ciò che viene deciso in un determinato momento dovrebbe poter essere riconsiderato alla luce dei progressi, senza trasformarsi in una conclusione definitiva sulle capacità del bambino.

Questa riflessione diventa ancora più attuale alla luce delle nuove Indicazioni nazionali per il curricolo, adottate con il D.M. 9 dicembre 2025, n. 221, e introdotte gradualmente dall'anno scolastico 2026/2027, a partire dalle classi prime della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado. Le Indicazioni richiamano il valore della scrittura manuale e dell'apprendimento del corsivo, senza escludere la necessità di adattamenti didattici legati alle caratteristiche e ai bisogni degli alunni. Le classi già avviate proseguono secondo il quadro precedente, nel rispetto delle disposizioni transitorie. Al di là della successione delle norme, resta essenziale distinguere tra il compito della scuola di insegnare e l'idea che ogni bambino debba raggiungere la medesima padronanza del corsivo entro una scadenza rigida.

Accanto agli aspetti didattici c'è poi una dimensione che non possiamo trascurare: la fiducia. Un bambino che si sente definire, anche indirettamente, attraverso ciò che non sa fare può arrivare a convincersi che tentare sia inutile. Se invece sperimenta piccoli successi, riconosce i propri miglioramenti e incontra adulti capaci di vedere le sue possibilità, può cambiare anche il modo in cui guarda a se stesso.

Non significa pretendere risultati a ogni costo, ma evitare che il desiderio di proteggerlo dalla fatica diventi, senza volerlo, una rinuncia alle opportunità di apprendimento.

Non penso che il corsivo debba essere imposto indistintamente, ignorando difficoltà importanti o situazioni che richiedono adattamenti specifici. Penso, piuttosto, che ogni decisione educativa meriti qualche domanda in più: abbiamo osservato davvero la natura della difficoltà? Abbiamo offerto un sostegno adeguato? Abbiamo previsto la possibilità di rivalutare la scelta? Famiglia, insegnanti e professionisti possono contribuire, ciascuno nel proprio ruolo, a costruire risposte che non si fermino alla difficoltà del momento.

Perché educare non significa eliminare ogni ostacolo dal cammino di un bambino. Significa aiutarlo ad affrontare quelli che può superare, riconoscere quelli per cui ha bisogno di adattamenti e, soprattutto, non confondere il «non ancora» con il «non potrà mai». Prima di accantonare una competenza, chiediamoci se abbiamo davvero esplorato le strade per renderla accessibile.

 

Riferimenti normativi

  • Legge 8 ottobre 2010, n. 170 – Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico.

  • D.M. 12 luglio 2011, n. 5669 – Disposizioni attuative della Legge 170/2010 e relative Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con DSA.

  • Direttiva ministeriale 27 dicembre 2012 – Strumenti d'intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l'inclusione scolastica.

  • Nota MIUR prot. n. 2563 del 22 novembre 2013 – Chiarimenti sugli strumenti di intervento per alunni con bisogni educativi speciali e sull'utilizzo del Piano Didattico Personalizzato.

  • D.M. 9 dicembre 2025, n. 221 – Regolamento recante le nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo d'istruzione, con particolare riferimento alle disposizioni sull'applicazione graduale.